A.D. 2032
Pianeta Terra
Il presidente attendeva seduto su un divanetto damascato verde, in una stanza con soffitti altissimi, ricca di archi e colonne candide. Continuava a far tremare la gamba su e giù. Si sistemò la cravatta rossa che sembrava lo soffocasse e fece un respiro profondo. Poco distante da lui, tre cani metallici lo fissavano guardinghi con i puntini rossi che avevano al posto degli occhi. Non si muovevano, lo fissavano e basta. Fortunatamente, pensò il presidente, il loro collo era assicurato a una catena. Un po’ nostalgico ripensò a quando a quegli incontri diplomatici accompagnava i suoi predecessori. Le cose erano diverse allora. La stanza sarebbe stata gremita di giornalisti, accalcati tra di loro con microfoni e telecamere pronte a riprendere ogni dettaglio. Si sarebbero sicuramente accorti della sua ansia, “L’espressione del volto era tesa” avrebbero scritto. I tabloid avrebbero avuto da ridire persino sul colore della cravatta. Gli elettori sarebbero venuti a conoscenza di qualsiasi passo falso. Gli elettori. Che tempi! Il suffragio universale altro non era che uno spiacevole malinteso di cui ci si era presto liberati. I popoli si erano illusi per attimo durato un battito di ciglia, il tempo di una rivoluzione, di poter prendere il potere. Sciocchezze, pensò. Quell’incontro, quello a cui il presidente si preparava, sarebbe stato raccontato da un videoclip preconfezionato in 16:9, studiato a dovere per tranquillizzare le masse. Nessuna domanda da parte di giornalisti fastidiosi. Nessuna mediazione. Solo propaganda.
Tutt’a un tratto i cani mossero qualche passo scattante e girarono lo sguardo laser verso destra. Il presidente sussultò, poi capì. Dei passi rimbombarono pesanti nel corridoio adiacente alla stanza. Un corridoio buio, ricco di opere d’arte. Le stesse che un tempo giacevano nei musei delle capitali occidentali. Tele destinate a sbiadire nell’oscurità di quel corridoio. I passi si erano fatti più vicini. Il presidente si alzò, tese il braccio destro e si congelò in un sorriso plastico. Uno di quei sorrisi in cui la bocca si distorce senza mostrare i denti, ma gli occhi restano impassibili. Davanti a lui si piazzò il Presidente. L’altro. Un gigantesco cyborg dagli occhi vitrei, la pelle sintetica e la testa lucida, priva di capelli. Il tutto ricoperto da un hanfu lungo fino ai piedi, nero con draghi ricamati in oro. Dietro di lui un esemplare di cyborg donna, anch’ella con il volto luminoso e lucidissimo, che quasi pareva oliato, ma con la nuca ricoperta da folti capelli neri raccolti in un’acconciatura. Capelli umani.
Avrebbe potuto parlare in qualsiasi lingua della specie umana, presente o passata, ma il Presidente cyborg scelse quella del presidente uomo: l’inglese.
«Finalmente ci incontriamo!», esordì.
Solo dopo una breve esitazione il grosso cyborg ricambiò la stretta di mano. La sua fu, inutile dirlo, una stretta ferrea, sicura. Il presidente rabbrividì sentendo il freddo di quella pelle esangue. Il cyborg non lasciò subito la presa, ma anzi cominciò a stringere sempre di più, al punto che l’uomo temette che l’altro gli stesse per staccare il braccio. Il Presidente dovette leggergli quel pensiero negli occhi, perché poi lo mollò. Sistemando per la centesima volta la cravatta rossa il presidente umano rispose mellifluo: «Il piacere è tutto mio Presidente Han Haoyu, dal vivo siete più maestoso di quanto non appaia sul piccolo schermo». Poi rivolgendosi alla cyborg donna aggiunse «Uno schermo fin troppo piccolo per contenere la vostra bellezza, signora Han Maylin». Poi il suo sguardo indugiò un po’ troppo sui seni plastici di lei, stretti da un corpetto di pelle nera. Ma non appena si rese conto che gli enormi occhi viola di Maylin lo stavano fissando senza sbattere le palpebre, tornò rapido sul Presidente Han. Deglutì, fece una smorfia per nascondere il disagio e continuò «Andrò dritto al dunque, non abbiamo tempo da perdere. L’asteroide si avvicina sempre di più. I tentativi di farlo esplodere sono stati vani, dobbiamo pensare a una soluzione alternativa».
Han Haoyu lo guardò perplesso «Dobbiamo?».
«Presidente, non fraintenda…» balbettò l’uomo, con un risolino sempre più imbarazzato. «Noi cyborg non dobbiamo fare nulla - lo interruppe Haoyu - agiamo o non agiamo in base alla nostra volontà. Avete fallito nuovamente nella vostra impresa perché quelle scatolette di latta che chiamate razzi sono più friabili di un biscotto», Maylin fece un sorriso compiaciuto. L’uomo invece pensò quanto fosse scadente il senso dell’ironia dei cyborg.
«Presidente Han, abbiamo fatto il possibile e continueremo a farlo. I nostri ingegneri stanno pensando a come…»
«I vostri ingegneri - lo interruppe di nuovo - sono dei burattini ciechi. L’unica cosa a cui pensano è il loro conto in banca. Cosa ci faranno con i soldi guadagnati quando non ci saranno più le condizioni per vivere? Quando non ci saranno acqua e ossigeno? Pensate che le isole nell’oceano vi bastino? Cosa farete voi umani?»
«Scapperanno», la voce di Maylin era calda e suadente «La cosa che sanno fare meglio», era la prima volta che parlava.
«A che punto è la missione per il trasferimento su Marte?», chiese la donna con voce calma ma ferma.
«Siamo a buon punto», rispose il presidente con un sorriso che gli fece rimpicciolire ancora di più gli occhi smeraldo.
«Siete a buon punto da diverso tempo, perché non partire ora?», ribatté Maylin seria «Ne avete il potere. Il destino della vostra specie è nelle vostre mani. E non siete ancora partito»
«Il fato è Fato, non dipende dall’essere umano, ma solo dalla volontà divina. E comunque rimangono da sistemare le ultime rifiniture, dettagli, niente di troppo importante. Nel 2033 partiremo. Poi c’è la questione dell’asteroide, bisogna capire dov’è che colpirà. Sarebbe un peccato perdere definitivamente la Terra»
«State bluffando, non siete ancora pronti a partire. Perché scomodarvi, venire fino a qua per chiedere il nostro aiuto», la cyborg lo incalzava senza tregua.
«Voi cyborg avete bisogno di questo pianeta quanto noi. Pensiamo a salvarlo dalla catastrofe imminente, poi capiremo come conviverci in pace», disse assertivo il presidente.
«Con quale coraggio osate provocarci, non ne avete la facoltà. - inveì Han Haoyu - L’asteroide potrebbe colpire la Luna, in tal caso attueremo il piano 救恩. e i cyborg potranno finalmente prosperare su questo pianeta, godendo pienamente delle risorse a disposizione. Un’abilità che l’essere umano ha perso. Parlate di catastrofe, ma siete il peggior nemico di voi stesso. La probabilità che l’impatto sia con la Terra continua ad abbassarsi. Il Fato, come lo chiamate voi presidente, non sembra esservi favorevole». L’uomo pensò che se ci fosse stato un margine di trattativa, lo avrebbe perso in quel preciso istante: «Cosa volete in cambio Han Haoyu?».
«Cosa siete disposto a darci in cambio, Mr. Musk?».
Il presidente andò via dall’incontro con la testa affollata. Entrò nel suo jet e disse a gran voce «Attiva pilota automatico». Una voce elettronica femminile e ammiccante uscì dagli altoparlanti: «Bentornato Elon, ci prepariamo al decollo. Gradite un cocktail per iniziare?»
«No Talulah, diminuisci la luminosità e svegliami tra 40 minuti. Sono molto stanco», rispose secco Musk. Estrasse dalla tasca un cioccolatino di psilocibina e lo fece sciogliere in bocca. Chiuse gli occhi e iniziò il viaggio.

